Archeologia subacquea


Il riflesso del Mare

 

 

La magia di un volo in solitario su un aereo veloce e affidabile, l’entusiasmo e l’orgoglio di un giovane aviatore chiamato a combattere una guerra che non ha voluto, lontano di casa, dagli affetti, dagli amori e da ciò che più apprezza, la passione e la caparbietà di un gruppo di giovani subacquei, la speranza di chi ha atteso invano un ritorno e cerca oggi notizie certe.

Tutto questo è racchiuso in una storia, un breve racconto senza pretese, qualcosa che ricorda una chiacchierata tra amici, una serata passata davanti ad un camino in una fredda serata invernale gustando un buon bicchiere.

Una vicenda umana rimasta nascosta sotto la superficie del mare per molti anni e che, come la maggior parte delle cose, nasce per caso, quando meno te lo aspetti, prepotente e decisa.

Ho riflettuto molto sull’opportunità o meno di raccontare questa esperienza, questa nostra entusiasmante avventura. L’incertezza nasce dal fatto che tutta la vicenda non si è ancora conclusa.

Rimane ancora un’ombra d’incertezza e di mistero come quando, in un grande e complicato puzzle, manca un’ultima pedina, ma riesci ugualmente a vedere il quadro nel suo insieme.

Ha prevalso la voglia di trasmettere le stesse emozioni, i brividi, le speranze e l’entusiasmo che abbiamo provato noi e tutti quelli che, in diversi modi e circostanze, ne sono venuti a conoscenza.

 

Agosto 1980

 

Questa storia inizia mascherata e nascosta dietro ad una normale battuta di pesca all’alba di una bella e promettente giornata d’agosto quando i due pescatori, i più esperti e attivi della zona, lasciano il loro abituale ormeggio sul fiume Fiora per ritirare le reti calate in mare la sera prima. Conoscono bene il fondale, pescoso e privo di asperità. Raggiungono il segnale e iniziano a salpare l’attrezzo. Tutto sembra andare per il meglio, il sole è già alto e il lavoro quasi terminato quando, a un certo punto, qualcosa sembra trattenere la rete sul fondo. Le cime si tendono e la barca sbanda; provano ad allentare, ritirano, si spostano in ogni direzione ma… l’appiglio non molla. Desistono dall’azione e decidono di chiedere aiuto a qualcuno dei tanti subacquei operanti in zona; la rete è nuova ed è un peccato perderla. Il pescatore si mette in contatto con noi il pomeriggio stesso e nonostante il forte vento di ponente che si è alzato, usciamo in mare ospitati sulla sua barca. Oltre a me sono presente Vittorio, Aldo e un “esperto”sub che si è aggiunto al momento di mollare gli ormeggi pregandoci di poter assistere all’operazione. Giunti sul posto, al momento di immergerci, il sub ritardatario pretende di scendere in acqua da solo, ritenendosi più esperto e più adatto allo scopo.

Dopo accordi con il pescatore, il sub s’immerge scendendo lungo la cima collegata alla rete afferrata sul fondo. Il vento teso e le onde molto alte rendono difficile l’operazione di recupero, ma le grandi qualità marinare e l’esperienza del pescatore facilitano il nostro compito.

Dopo alcuni minuti dall’inizio dell’immersione, la cima allenta la sua presa, chiaro segnale che ciò che impediva il recupero è stato rimosso. Inizia il recupero, ma con nostra grande sorpresa la rete non c’è. La tensione in barca si alza per la collera del pescatore che ha perso il prezioso attrezzo ma soprattutto perché il sub, privo del segnale di superficie, non è ancora riemerso e nonostante i nostri sforzi non riusciamo a localizzarlo tra le onde diventate oramai imponenti. Dopo attimi di vera paura e apprensione durante la quale abbiamo ipotizzato i più cupi scenari, riusciamo a individuare e a recuperare il sub.

Durante il tragitto di ritorno, chiediamo spiegazioni all’amico riguardo all’insuccesso dell’operazione; lui si giustifica raccontando che la torpidità dell’acqua e il modo particolare nel quale la rete si era impigliata in una struttura metallica contorta, hanno suggerito il recupero della sola cima.

<< Quella struttura metallica cosa era?  Che cosa pensavi che sia?>> e con risposta: << E’ sembrata un pezzo dell’ala di un aereo.>> Un aereo, un vero aereo sconosciuto da visitare, il sogno di ogni subacqueo.

Elettrizzati e incuriositi dall’improvvisa rivelazione, avremmo compiuto volentieri immersione nei giorni successivi per costatare il ritrovamento, ma l’improvviso peggioramento del tempo e la collera del pescatore non ancora svanita, cancellarono ogni sogno e ogni desiderio.

Fin qui la breve cronaca e i ricordi sbiaditi degli avvenimenti di allora. Tutto rimase avvolto nelle nebbie dell’incertezza fino a quando, rovistando in un cassetto, mi sono ritrovato nelle mani un vecchio quaderno, una sorta di “diario delle immersioni” dove annotavo con dovizia di particolari tutte le uscite in mare, mire e punti cospicui sulla costa, profondità, caratteristiche del fondale, ecc. Ed è sfogliando curiosamente le pagine oramai ingiallite e stropicciate di questo libricino dei segreti che è riemersa “quella vecchia storia” ed è rinata in me la voglia di saperne di più, di scoprire la verità su quella strana afferratuta.

Ho quindi preso contatto con il “vecchio”amico pescatore e insieme ha rievocato quel lontano episodio del quale ricordava perfettamente i fatti e il punto approssimativo. E in una mattina caratterizzata da assenza di vento e mare piatto, siamo partiti per quella che si rivelerà in seguito una bella, entusiasmante ed eccezionale avventura, lasciandoci alle spalle paure, incertezze ma soprattutto una bella scia schiumosa prodotta dalla nostra barca, carica di attrezzature subacquee ma soprattutto delle nostre attese, curiosità e speranze. Dopo una breve navigazione, l’esperto marinaio scruta sapientemente la costa in cerca di segnali a lui noti e, plufft…il pedagno cade in mare segnando il punto.

In compagnia dell’occasionale “buddy” Modesto, prepariamo le attrezzature e in breve tempo siamo in acqua. Scendiamo sicuri seguendo la cima del segnale che ci conduce in breve tempo sul fondo.

La visibilità non è ottimale e non ricorda certamente le lontane mete tropicali, ma anni d’immersioni ci hanno abituati a queste condizioni quasi estreme. Ci muoviamo pinneggiando lentamente sospesi a un metro dal fondo fangoso per non sollevare nuova sospensione e ci dirigiamo verso nord in favore di corrente. Era già trascorso molto del tempo a nostra disposizione, quando eravamo incappati in quella che si rivelò come il resto incrostato e parzialmente sepolto di una rete. Rincuorati, seguimmo “l’improvvisato filo d’Arianna” sino al punto in cui, aggrovigliata e pericolosamente sospesa ancora dai sugheri, si avvolgeva strettamente attorno ad una massa ferrosa informe e irriconoscibile. Allargammo per quanto possibile le ricerche, ma come sempre il tempo fu tiranno e, dopo il segnale convenzionale di fine immersione, controvoglia ma diligentemente, iniziammo la risalita verso la superficie. Raccontai i particolari del mio “tuffo” all’amico di sempre, Vittorio, e forti dell’esperienza e del successo della precedente ricerca sul bombardiere B 24 Liberator che ha portato alla realizzazione di un apprezzato film-documentario, decidiamo di coinvolgere in questo nuovo progetto di ricerca tutto il nostro gruppo dell’AssoPaguro, un’associazione di sub locale composta da Tonino, Amedeo, Stefano e Mario. Sgombrammo subito il campo da facili entusiasmi e illusioni; non avremmo trovato nulla d’integro che permettesse penetrazioni mozzafiato alla ricerca di resti umani, documenti o attrezzature importanti, ma un ambiente ostile reso tetro dalla presenza del fango e da brandelli di reti potenzialmente pericolose. Grazie a numerose ed estenuanti immersioni furono trovati numerosi frammenti, alcuni riconoscibili come il potente motore Daimler-Benz, le tre pale dell’elica, alcune armi e altri frammenti assolutamente anonimi. Proprio grazie alle matricole e sigle rinvenute su questi importanti pezzi, si è potuto dare l’avvio alla ricerca. Per queste particolari indagini ci siamo avvalsi dell’aiuto determinante di alcune associazioni  amanti di velivoli storici come “Ali Antiche” ed il gruppo della “RAF” (Romagna Air Finder) che grazie alla grande esperienza e profonda conoscenza della materia, ci hanno indicato con precisione quasi assoluta, il tipo ed il modello dell’aereo ritrovato che è risultato essere un Messerschmitt BF109G6, un caccia fiore all’occhiello dell’aviazione tedesca. Sì, ma quale aereo? Pilotato da chi?  Per quali circostanze si trovava lì? Una prima risposta ci viene dal gran contenitore d’informazioni che sono internet dove, curiosando pigramente in cerca di notizie varie, notammo un documento esclusivo riportante una lista d’aerei di quel tipo dispersi in missione durante il secondo conflitto mondiale. L’attenzione è catturata da uno di loro in particolare. Infatti, quest’aereo pilotato dal giovane Hans Joachim Kautz, appartenente al 3./JG77, risultava disperso durante un volo il 15 maggio 1944 nella zona compresa tra i paesi di Acquapendente e Montalto. Notizia importante e in un certo senso risolutiva, ma che va verificata e confermata. Ed è appunto a tale scopo che Vittorio, il vero deus ex machina di tutta l’operazione, si mette in contatto con l’Ambasciata tedesca a Roma inviando quanto in suo possesso: foto, matricole e tutto quanto ritenuto importante richiedendo informazioni e riscontri alle nostre ipotesi. Dopo alcune settimane lo stesso Vittorio riceve con risposta una lettera proveniente dall’Ambasciata tedesca. L’alto funzionario esordiva ringraziandoci per gli sforzi e la dedizione dimostrata nella ricerca della verità, ci ricordava, se mai ce ne fosse stato bisogno, le difficoltà che avremmo incontrato nel reperimento d’informazioni dato che, molti degli archivi contenenti notizie utili allo scopo sono andati distrutti nella caduta di Berlino, ma, cosa eccezionale, ci informava che secondo ricerche interne compiute dai loro uffici, risulta ancora vivente a Berlino un cittadino di nome Hans Joachim Kautz e ci forniva indirizzo e numero telefonico dello stesso. Senza perdere tempo, in preda a vera eccitazione, Vittorio prende contatto tramite amicizie in loco con il tedesco Kautz. Difficile descrivere ora quello che tutti noi, impegnati nelle ricerche, abbiamo provato alla notizia che la persona contattata è il nipote del pilota scomparso, figlio di suo fratello. Un forte sentimento di commozione e soddisfazione unita a un pizzico di civetteria pervase i nostri animi. Lo stesso Kautz dichiarava la propria incredulità e sorpresa per l’inaspettata notizia e, in una lettera inviata a Vittorio, dopo elogi e ringraziamenti per la nostra opera, riportava notizie dello zio raccontategli dall’anziano genitore, inviando nel frattempo numerosi documenti di carattere personale quali foto, libretto di voli e missioni compiute e altri documenti vari gelosamente conservati come reliquie, unico legame con un personale mito mai conosciuto. Ed è proprio dalla lettura di uno di questi eccezionali documenti che molti dei nostri dubbi e quesiti vengono svelati. Questo documento datato 11 giugno 1944 era composto di due parti ben distinte. Nella prima parte del testo, tradotto dalla lingua originale, l’amareggiato comando tedesco della Luftwaffe comunica ai familiari la scomparsa del loro congiunto, esprime sentite condoglianze, si scusa per il ritardo con il quale comunica la triste notizia, motivandolo con la necessità di avere l’assoluta certezza dell’effettiva scomparsa e termina le poche righe con parole di conforto elogiando il comportamento dello sfortunato pilota. Dalla seconda parte, molto più importante, si apprende che in quella luminosa mattina di maggio Hans Joachim non era solo. Lo accompagnava nel suo ultimo volo, un altro pilota su un altro aereo. Il militare racconta, dopo il rientro alla base, che durante il volo di perlustrazione nei pressi del lago di Bolsena, furono intercettati da una squadriglia di aerei Spitfire e che, dopo un combattimento aereo molto cruento, vide l’aereo di Kautz colpito dall’aviazione alleata dirigersi a bassa quota verso il mare oramai vicino. Il rapporto termina con una frase che lascia poco spazio a dubbi e interpretazioni su quello poi realmente accaduto: << Ho visto l’aereo di Joachim che colpito si dirigeva verso il mare e credo che ora la sua tomba si trovi tra le onde>>. Questa commovente e toccante testimonianza, giunta dalla lettura di un rapporto redatto da un testimone oculare di quel lontano 1944, potrebbe mettere la parola fine all’intera vicenda. Nel momento in cui abbiamo iniziato a indagare su quest’appassionante vicenda umana, ci siamo assunti dei doveri e delle responsabilità nei confronti della storia e dell’onor del vero. Come cronisti del nostro tempo, seri e attenti, non accetteremo compromessi o approssimazioni. Il cerchio non è ancora chiuso, c’è un anello mancante, la tessera del puzzle cui accennavo in precedenza. Il tassello mancante assume in questo caso la forma di un piccolo triangolo di metallo riportante una sigla, una matricola stampata denominata Werknummer, la carta d’identità del veicolo. E date le piccole dimensioni del particolare e l’ambiente particolarmente ostile in cui dovrebbe trovarsi, il compito non si presenta facile, il classico ago nel pagliaio. Negli ultimi tempi le condizioni meteo-marine non hanno permesso immersioni di ricerca, ma tutto il team è ben determinato a continuare nell’operazione. Lo dobbiamo a noi stessi, ai familiari nell’attesa da troppo tempo, ma soprattutto al giovane Kautz, inconsapevole e quasi dimenticato protagonista dell’intera vicenda, vittima innocente della pazzia altrui, accolto nel suo ultimo viaggio dal riflesso del mare.

 

 

Per l’Associazione AssoPaguro

Quondam Vincenzo Enzo